Ecco l’ISOLA DI PLASTICA nel Pacifico!!!

13 03 2009

Alcuni mesi fa dedicai un post al “Pacific Trash Vortex”, un immenso vortice di plastica presente nell’Oceano Pacifico. Ora è arrivata la conferma dell’esistenza di questa immensa isola di spazzatura, precisamente nel Pacifico settentrionale: si tratta di due masse distinte, una “massa di rifiuti occidentale” che va da 50 miglia nautiche al largo della California fino alle Hawaii (mossa da correnti marine che si muovono in senso orario) e di una “massa di rifiuti orientale” che va dalle Hawaii fin quasi al Giappone (mossa da correnti marine che si muovono in senso antiorario). I biologi marini la chiamano “zuppa di plastica” e sta appena sotto il livello dell’acqua, per uno spessore di circa 10 metri. Quest’isola di rifiuti è stata scoperta per caso dal navigatore americano Charles Moore che, involontariamente, nel 1997 si è imbattuto in quest’area che sulle mappe nautiche è chiamata “il cerchio del Nord Pacifico”, ovvero un vortice in cui l’oceano circola più lentamente per l’assenza di vento e un sistema di pressione atmosferica estremamente alta. Lo stesso Moore si è poi auto impegnato ricercatore in quest’isola di plastica e in questi 10 anni è riuscito a definirvi i confini (quelli sopra descritti e visibili nella mappa allegata) e la consistenza (almeno 100 milioni di tonnellate di plastica): la notizia è stata diffusa in questi giorni dall’Indipendent di Londra. La vasta area di spazzatura è naturalmente una conseguenza delle attività umane: plastica proveniente da ovunque, dagli stabilimenti costieri alle navi fino ai pozzi petroliferi e sta comportando danni gravissimi all’ecosistema marino con moria di pesci, piante acquatiche, mammiferi marini ed uccelli.
Ecco quindi dove vanno a finire milioni di tonnellate di plastica provenienti da tutto il mondo e, come sempre, alla base di tutto ciò ci sta l’attività umana coadiuvata da due aspetti: il primo sta nella grande quantità di imballaggi che avvolgono i prodotti che quotidianamente compriamo (la cui riduzione sarebbe il primo passo verso una possibile risoluzione del problema rifiuti che interessa un po’ tutto il mondo), il secondo sta nel mancato riciclaggio della plastica (che viene applicato purtroppo in poche aree del mondo). Questi due
aspetti (anzi, la loro mancata risoluzione) sta riempiendo i nostri mari di spazzatura che, per un gioco di correnti, sta andando tutta verso l’Oceano Pacifico. Quando interverremo? Probabilmente quanto l’Oceano Pacifico sarà completamente pieno…

Annunci




Ecco l'ISOLA DI PLASTICA nel Pacifico!!!

13 03 2009

Alcuni mesi fa dedicai un post al “Pacific Trash Vortex”, un immenso vortice di plastica presente nell’Oceano Pacifico. Ora è arrivata la conferma dell’esistenza di questa immensa isola di spazzatura, precisamente nel Pacifico settentrionale: si tratta di due masse distinte, una “massa di rifiuti occidentale” che va da 50 miglia nautiche al largo della California fino alle Hawaii (mossa da correnti marine che si muovono in senso orario) e di una “massa di rifiuti orientale” che va dalle Hawaii fin quasi al Giappone (mossa da correnti marine che si muovono in senso antiorario). I biologi marini la chiamano “zuppa di plastica” e sta appena sotto il livello dell’acqua, per uno spessore di circa 10 metri. Quest’isola di rifiuti è stata scoperta per caso dal navigatore americano Charles Moore che, involontariamente, nel 1997 si è imbattuto in quest’area che sulle mappe nautiche è chiamata “il cerchio del Nord Pacifico”, ovvero un vortice in cui l’oceano circola più lentamente per l’assenza di vento e un sistema di pressione atmosferica estremamente alta. Lo stesso Moore si è poi auto impegnato ricercatore in quest’isola di plastica e in questi 10 anni è riuscito a definirvi i confini (quelli sopra descritti e visibili nella mappa allegata) e la consistenza (almeno 100 milioni di tonnellate di plastica): la notizia è stata diffusa in questi giorni dall’Indipendent di Londra. La vasta area di spazzatura è naturalmente una conseguenza delle attività umane: plastica proveniente da ovunque, dagli stabilimenti costieri alle navi fino ai pozzi petroliferi e sta comportando danni gravissimi all’ecosistema marino con moria di pesci, piante acquatiche, mammiferi marini ed uccelli.
Ecco quindi dove vanno a finire milioni di tonnellate di plastica provenienti da tutto il mondo e, come sempre, alla base di tutto ciò ci sta l’attività umana coadiuvata da due aspetti: il primo sta nella grande quantità di imballaggi che avvolgono i prodotti che quotidianamente compriamo (la cui riduzione sarebbe il primo passo verso una possibile risoluzione del problema rifiuti che interessa un po’ tutto il mondo), il secondo sta nel mancato riciclaggio della plastica (che viene applicato purtroppo in poche aree del mondo). Questi due
aspetti (anzi, la loro mancata risoluzione) sta riempiendo i nostri mari di spazzatura che, per un gioco di correnti, sta andando tutta verso l’Oceano Pacifico. Quando interverremo? Probabilmente quanto l’Oceano Pacifico sarà completamente pieno…





La flotta delle papere di gomma

5 02 2009


I giocattoli di gomma sono caduti nel 1992 da un cargo nel Pacifico
Hanno percorso migliaia di km. Sono diventate oggetti da collezione e hanno favorito nuovi studi sulle correnti marine
LONDRA – Una flotta di quasi 30mila paperelle di gomma sta puntando verso le coste dell’Inghilterra. I primi sbarchi sono previsti entro i prossimi due mesi, dopo un viaggio di oltre 27mila chilometri, durato ben 15 anni e mezzo. Era, infatti, la fine di gennaio del 1992 quando la nave cargo che trasportava questi “Friendly Floatees” perse il suo colorato carico di pennuti di gomma (ma c’erano anche tartarughe, castori e rane) in pieno Oceano Pacifico a causa di una tempesta. La spedizione, appena uscita da una fabbrica di Hong Kong, era destinata alla “The First Years Inc.” di Tacoma, Washington, ma tre containers finirono in mare aperto e, rompendosi a contatto con l’acqua, liberarono i 30 mila animaletti di plastica e gomma che di solito fanno compagnia ai bambini durante il bagnetto e che da allora stanno, invece, vagando per il globo seguendo le correnti marine. Ma non sono soli in questo viaggio.
MONITORAGGIO – Dalla sua base di Seattle, infatti, l’oceanografo americano Curtis Ebbesmeyer (in foto) li ha tenuti costantemente monitorati, seguendone gli spostamenti sulla cartina geografica e ricostruendo tutto il percorso compiuto fino ad oggi. Stando allo studioso, che al progetto sta dedicando gli anni della sua pensione, una volta finita nell’oceano, l’armata delle paperelle si sarebbe divisa: due terzi avrebbero puntato decise verso sud e, oltrepassati i tropici, sarebbero finite sulle spiagge dell’Indonesia, dell’Australia e del Sud America.
UN MIGLIO AL GIORNO – Altre 10mila circa sono invece state spinte a nord e quelle che sono riuscite a passare attraverso lo Stretto di Bering (che divide la Russia dall’Alaska), “sopravvivendo” alle gelide correnti del circolo polare e alle collisioni con qualche iceberg modello Titanic, dopo otto anni sono finalmente arrivate nell’oceano Atlantico, viaggiando alla velocità di un miglio (poco più di un chilometro e mezzo) al giorno. Era, infatti, il 2000 quando i primi “Friendly Floatees” vennero avvistati nelle fredde acque dell’Atlantico del nord: impossibile confonderli, anche perché avevano la scritta “The First Years” ben visibile.
TAGLIA DI 100 DOLLARI – Da qui, nel 2003, l’idea dell’azienda americana di mettere una “taglia” di 100 dollari (circa 75 euro) sulle paperelle. Chiunque ne avesse trovata una originale e l’avesse spedita al quartier generale di Tacoma, avrebbe ricevuto il denaro in cambio. Ovviamente, con il passare degli anni, il sole e il sale dell’acqua hanno scolorito il giallo delle papere (ma anche il blu delle tartarughe, il verde delle rane e il rosso dei castori), come pure il “marchio di fabbrica” della casa madre, ma riuscire ad individuarle dovrebbe sempre risultare abbastanza semplice. Ecco perchè Ebbesmeyer allerta i “cacciatori” inglesi: «Stando ai miei calcoli – ha detto al “Daily Mail” – nei prossimi due mesi le papere dovrebbero invadere le coste dell’Inghilterra. Penso che le prime ad essere interessate saranno le spiagge della Cornovaglia e quelle dell’Irlanda del sud».
MANIE DA COLLEZIONISTI E RICERCHE SCIENTIFICHE – Oggi la saga delle paperelle scampate alla tempesta non è solo finita in due libri per bambini, ma ha anche stuzzicato l’interesse dei collezionisti di tutto il mondo, disposti a pagare oltre 740 euro per quei buffi naufraghi di plastica colorata. Al di là dell’aspetto ludico o commerciale, però, la storia di questo viaggio globale che dura da tre lustri ha permesso agli esperti di studiare i cambiamenti climatici del globo. Conferma Simon Boxall, del Centro nazionale Oceanografico di Southampton, al Times: «Seguendo le papere di gomma attorno al mondo, abbiamo tracciato il percorso delle correnti, che sono quelle che determinano poi il clima e visto che la plastica può durare 100 anni, la nostra speranza è che questa avventura possa continuare ancora a lungo. Per questo, invitiamo tutti i vacanzieri a tenere gli occhi bene aperti quando sono in mare».
Simona Marchetti Fonte: Il Corriere della Sera.it
Giugno 2007